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Lungo molti millenni di storia questa parte della Puglia che per la sua stessa configurazione geografica bene si prestò in passato alla penetrazione ed alla conquista, è stata raggiunta dall'Oriente e dall' Africa, dal nord della Scandinavia e dal centro dell'Europa da numerose genti d'origine lontana e quindi diverse, distanti, spesso sconosciute. Ciascuna di esse ha lasciato di sé e della propria cultura segni indelebili, disseminati ovunque, in un intreccio complesso e suggestivo, in parte ancora misterioso che abbraccia e racchiude - come in un grande,coloratissimo mosaico - molte stagioni dell'umanità, fin dai primi passi dell'homo sapiens.È davvero enorme la distanza - estetica, contenutistica e rappresentativa prima ancora che cronologica, - che separa la grotta Romanelli ed il neanderthaliano palagianese dalle magnificenze architettoniche di Lecce, le sepolture dolmeniche di Castellaneta dall’oreficeria tarantina, gli ipogei eneolitici dalle grotte basiliane, le moschee dalle cripte, i castelli fortificati dalle Masserie.Enorme, affascinante e coinvolgente al punto che forse qualcuno avvertirà, quasi fisicamente, quanto sia gradevole ma insufficiente soffermarsi ad ammirare i tesori della classicità greco-romana e l'austera solennità delle cattedrali romaniche, la spoglia severità normanna e gli sfarzi barocchi che pur tanto ci attraggono. Essi in realtà non sono che la parte più alta, nobile ed appariscente (frammentata nei secoli) di un'immagine che vive, in modo forse più sommesso, non meno emozionante, poggiando su un ricchissimo tessuto connettivo diffuso capillarmente in tutti gli angoli del territorio. Sull’asprezza di un territorio che ad ogni passo dichiara apertamente che vivere e lavorare è fatica ma anche orgoglio. Dentro quei terribili squarci che ovunque spaccano il suolo cercandone il cuore, “che sembrano creati per respingere l'uomo e che poi invece l'hanno accolto e trattenuto” divenendo le fondamenta di una cultura rupestre che, assai oltre quel consunto stereotipo di rozzezza e miseria impostole da una storiografia superficiale, testimonia invece “la persistenza di un modo di vita, l’accettazione di un modulo di civiltà … capace di resistere alla volontà di assorbimento di culture in un certo senso superiori”. Avvolta da colori violenti e profumi forti: che, mentre esaltano tutta l'aspra ma seducente bellezza delle colline e del mare, dei paesi e delle campagne coltivate, consentono anche di apprezzare la tenacia, la forza e la determinazione che hanno sorretto questa gente nel costruire e difendere la propria esistenza. Forte di costumi, tradizioni, dialetti, leggende, dei, santi, monaci, predoni, sbirri, briganti, feudatari esosi, stranieri arroganti … E laure ed eremitaggi, inchiostre e neviere; forni a legna e trappeti (frantoi) oggi come ieri; feste per S.Tommaso di Canterbury e S. Basilio il Grande, per l’Emigrante e per l'uva, per Costantinopoli ed Antiochia … Ecco dunque che le pagine che seguono sono dedicate sia a quanti giungono per la prima volta in Terra Jonica - la Terra di Taranto - carichi di aspettative che certamente non andranno deluse; sia a coloro che, avendo già avuto modo di comprendere quali, quante e quanto diverse tra loro sono le suggestioni che questo estremo lembo d'Italia sa offrire ad un occhio attento e curioso, tornano di nuovo: sospinti dal desiderio di conoscere di più, meglio e nel profondo, il volto più vero di questo nostro straordinario crocevia che sta proteso, quasi fosse il simbolo geografico di un destino di centralità, nel il cuore stesso del Mediterraneo. Neofiti o esperti, primo od ennesimo viaggio: Terra Jonica accoglie i visitatori con rito antichissimo ed immutato. L'ospite è il benvenuto, la casa è aperta.
Carlo Federico Teodoro
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